Monferrato my love

foto JanetMonferrato my love è una raccolta di articoli tratti da MONFERRATO SPLENDIDO PATRIMONIO omaggio all’arte di Matilde Izzia, volume edito da Lorenzo Fornaca 

Paesaggi, personaggi, fatti poco noti, avvenimenti storici della splendida terra monferrina, compongono una miscellanea di grande fascino. Dai Saraceni ai trovatori, dalle epiche battaglie agli imperatori d’Oriente, dai fascinosi paesaggi ai dipinti di Matilde Izzia, molti dei quali oggi si possono ammirare al complesso monumentale di Santa Croce a Bosco Marengo. Una storia “infinita” che cattura il lettore per la bellezza dei luoghi e il rilievo degli avvenimenti.

A Benevento il pianto di un prode monferrino

Piange, si dispera, reggendo il capo fra le mani. Ridotto in catene, distrutto dal dolore. La sua pena, attraverso i secoli ci giunge intatta, inconsolabile, muovendo anche noi a commozione. 
E’ affranto il conte Giordano, e non gli pesano le ferite; il soldato piange la morte del suo re, di quel Manfredi, suo nipote, di sangue tedesco monferrino, biondo, bello, di gentile aspetto, sfigurato e ormai livido, steso morto da un fante di Picardia, durante la battaglia di Benevento.

Sterminate le loro anime e i loro corpi, i loro figli e il loro seme– e l’ordine papale venne tragicamente rispettato alla lettera. Avvenne per mano di Carlo d’Angiò, la “canaglia incoronata”, secondo il giudizio di storici tedeschi, che dopo la battaglia portò a termine sistematicamente lo sterminio dei superstiti svevi e la distruzione del progetto di edificazione di un grande regno laico in Italia. 
Spietata sorte riservò il re angioino ai monferrini superstiti che alla battaglia di Benevento riconobbero il corpo morto del grande Manfredi, loro parente e sovrano.

Era una fredda mattinata di febbraio, a essere precisi il 26 febbraio del 1266. E sulla piana di Santa Maria della Grandella, a 4 chilometri da Benevento il sole radeva la prima erba incendiandola di luce. Manfredi lo svevo, figlio di Federico II e di Bianca Lancia di Busca d’Agliano, aveva appena finito di arringare le sue truppe e stava per scontarsi con un nemico implacabile che lo avrebbe spento.

Re Carlo d’Angiò, il nemico

– Saggio, di sano consiglio e prode in arme – così ne parla il Villani – e aspro e molto temuto e riguardato da tutti i re del mondo, magnanimo e d’alti intendimenti nel fare ogni grande impresa, sicuro, in ogni avversità, fermo, e veritiero d’ogni sua promessa, poco parlante e molto adoperante, non rideva quasi mai o pochissimo; onesto come un religioso; cattolico ma aspro in giustizia e spesso feroce; grande di persona, possente come corporatura, colore del viso olivastro con un gran naso; e più che un signore nella sua imponenza pareva proprio una maestà reale; molto vegliava e poco dormiva, e usava ricordare che, dormendo si perdeva tanto tempo; era largo con i cavalieri d’arme, ma sempre bramoso di conquistare terre e signorie, oltre che essere avido di denaro necessario per le sue imprese e le sue guerre; di gente di corte, di menestrelli o giocolieri lui non si dilettò mai.
Carlo era un cavaliere coraggioso e un energico sovrano. Egli fu tuttavia vittima di un’ambizione e di un orgoglio sfrenati. Tutto ciò per cui aveva combattuto andò perduto o gravemente compromesso.
A causa del suo malgoverno perse la Sicilia e la guida dell’Italia, soprattutto a causa del suo disprezzo per qualsiasi sentimento nazionale che non fosse esclusivamente francese. Non riuscì a costituire un impero in oriente, perché il progetto sarebbe andato a contrastare gli obiettivi e gli interessi della Chiesa.

Papa URBANO IV, l’implacabile mandante

Le accuse mosse contro la “lasciva corte” di Manfredi sostenevano che nella medesima si “rovinavano le genti”. Secondo predicatori e flagellanti, oltre agli infuocati messaggi del papa, l’umanità stava per essere sconvolta, perduta, da un nefasto e luciferino sovrano, e che quindi oltre a essere doveroso era “meritevole schiacciarlo”. Papa URBANO IV sin dall’inizio dimostrò animosità e avversione inusitate e senza precedenti verso Manfredi intimandogli fra l’altro di richiamare i Saraceni che, durante il periodo vacante della Santa Sede, erano penetrati nei possedimenti romani e ora li infestavano; bandì contro il re di Sicilia una crociata quindi tentò di dissuadere il re di Spagna Giacomo d’Aragona nel dare in moglie la figlia di Manfredi, Costanza a suo figlio Pedro;  infine, il 6 aprile del 1262, ribadì la scomunica contro il figlio di Federico II, intimando di comparirgli dinanzi per giustificarsi di infamie gravissime. Colpe che la storia da tempo ha etichettato come calunniose e pretestuose oltreché false e infamanti. Le intese tra la Curia romana e Carlo d’Angiò non erano ignote a Manfredi. Sapeva che il rivale messo in campo dalla Santa Sede contro di lui era un uomo caparbio e ambizioso, ed era convinto che con lui si sarebbero schierati tutti i Guelfi d’Italia. All’avvicinarsi minaccioso del re francese gli amici di Manfredi dell’ultima ora lo avrebbero abbandonato e i numerosi nemici ancora nascosti sarebbero usciti allo scoperto, pronti a rinnegare fedeltà, giuramenti e onore. E così avvenne.benevento

Le forze in campo
La cavalleria dell’angioino era suddivisa in tre distinti scaglioni. 900 provenzali aprivano la prima linea con la fanteria: il primo scaglione era comandato da Ugo di Mirepoix e Filippo di Montfort Signore di Castres; il secondo contingente, subito dietro di loro, era composto da 400 italiani e 1000 uomini della Linguadoca e della Francia centrale, comandati da Carlo in persona; dietro a questi 700 uomini del terzo contingente provenienti Francia del nord e dalle Fiandre, comandati da Roberto III di Fiandra, Gilles II de Trasignies, Conestabile di Francia.
Manfredi aveva adottato la seguente disposizione delle truppe: I suoi arcieri Saraceni erano sulla linea frontale, comandati da Giordano Lancia, subito dietro di loro i primi 1200 mercenari tedeschi con un equipaggiamento difensivo inedito, costituito di pettorali fatti di piastra metallica (rivoluzionario per quei tempi). I mercenari italiani, costituivano il secondo scaglione di circa 1000, e 300 cavalieri “leggeri” Saraceni, guidati dallo zio di Manfredi, Galvano Lancia. Il terzo contingente con circa 1400 unità, era composto dai feudatari, sotto il diretto comando di Manfredi.

Le prime file dei 1200 cavalieri tedeschi, comandati dal monferrino Giordano d’Agliano già pronti alla battaglia sono schierati sul fianco sinistro del campo e trattengono a stento i loro cavalli. I fanti saraceni di Lucera, armati di archi corti micidiali, formano una schiera in ordine sparso e attendono un secondo comando di attacco; loro, insieme a 1500 cavalieri combatteranno, almeno così era stabilito, alle dirette dipendenze di Manfredi. Mai tale certezza riuscì più fallace e nefasta…Nitriti di cavalli e il galoppo del portaordini sono gli unici suoni che si odono in quegli ultimi istanti pieni di elettricità, prima dello scontro finale.

Lo scontro

Lo Svevo aspettava il nemico per dargli battaglia sulla piana di Benevento; ma allorché il 26 febbraio del 1266 gli Angioini, dopo una marcia faticosa attraverso Venafro, Alife e Talese, si affacciarono sulle alture prospicienti la pianura di Santa Maria della Grandella, dove si accampavano le truppe arabo tedesche Manfredi parve mutare avviso e cercò di temporeggiare, inviando al nemico ambasciatori con proposte di accordo. Giovanni Villani documenta così la spavalda riposta di Carlo d’Angiò: “Andate, e dite al sultano di Lucera che io voglio battaglia e che oggi o io manderò lui all’inferno o egli manderà me in Paradiso”. Il re svevo accolse la sfida e diede subito l’ordine ai suoi soldati di passare il fiume Calore, in quei giorni in piena.

Il sole si alzò ancora un poco e fu in quell’istante di quel freddo mattino di febbraio che il terreno scatenò un rimbombo terrificante, percosso da migliaia di zoccoli ferrati. C’erano già stati alcuni attacchi condotti dai temibili arcieri saraceni e alcune cariche di cavalleria francese in risposta. Ma la battaglia finale doveva ancora avere luogo. Le schiere a cavallo andavano dunque allo scontro. Uno smisurato tamburo squassato divenne la radura e poi l’inferno si scatenò. 
Era la battaglia e l’inizio della fine dei sogni di egemonia politica di Manfredi, figlio di Federico II di Svevia.

La sagace penna di Aldo di Ricaldone narra le gesta del suo conterraneo per parte materna…in un altro post lo sviluppo e la tragica fine della battaglia….

 Questo è il primo di una serie di articoli su Monferrato my love  tratti da MONFERRATO SPLENDIDO PATRIMONIO omaggio all’arte di Matilde Izzia, volume edito da Lorenzo Fornaca 

 

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