Ce l’avete (o avevate) anche voi una madre così?

Sì lo so non dovrei farlo. Usare un blog per scrivere come stanno le cose con una madre di 92 anni che mi tira scemo da quando sono nato. Non sta proprio bene. Ma è pur sempre sua madre, dice il dottore che l’ha in cura. E ha ragione lui.
BUCO POLLOPer esorcizzarla, dalla disperazione, ho scritto un racconto sulla sua permanenza a casa nostra, che mio figlio Edoardo Simone ha collocato su Amazon   
IL BUCO NEL POLLO

In mezzo a tanti argomenti appassionanti, condivisi con voi c’è anche la sorte di mia madre, che continua a tenere banco. Magari vi interessa. Per sfuggire le sue pantofole parlanti che mi inseguivano un giorno di capodanno mi sono rifugiato in cantina.  La tensione si tagliava col coltello. Per lei moglie e figlio alla vigilia di Natale sono “scappati” in cima al Duomo, per non fare un putiferio. Magari a voi è toccata in sorte una vecchina adorabile, un po’ svanita, e comprensiva. A me no. La mia è indisponente, capricciosa, maliziosa oltre ogni dire, e non vuole accorgersi dei danni che fa. Pur non essendo fetente per natura, a detta di molti. Ma è pur sempre mia madre, come dice il medico. E appartiene a una razza bizzarra che annovera un mio prozio, che vendeva case a cui toglieva di notte le persiane, dicendo il giorno dopo all’acquirente: se le vuoi devi pagarle, non erano comprese nel prezzo di vendita.  Devo aggiungere altro? È pur sempre mia madre.  E da un po’ vado a trovarla ogni giorno, così sta calma.

Vi faccio leggere cosa ho scritto nell’ultimo racconto pubblicato da LorenzoFornaca,  I TESORI DELLA VALLE DI TUFO. C’è un capitolo chetufo parla di lei:

Qualche tempo dopo. Un altro giorno di pena

L’ho spinta dentro l’auto con sacchi di scarpe, maglie e mutande e tutta la sua roba. Nessuno parla. Qualcuno parla, non si sente cos’ha detto. Nessuno parla. Non so. Non ricordo. La macchina è caricata all’inverosimile. Novembre, e batte una pioggia fredda. Farò altri tre viaggi, portando materasso, cuscino e ciabatte. La portiamo via per evitare di ucciderla.

Mia madre. Lei stava uccidendo noi. Sono passati tre mesi dal primo giorno in cui l’avevamo portata a casa nostra.  Edoardo Simone aveva undici anni. E lei gli aveva già raccontato delle fidanzate che avevo avuto prima di conoscere sua madre. Roba da prendere sul ridere, certo. Chiedeva perché lui non prendesse le sue difese. Parte una sberla, poco più di un buffetto. Ma sarà un affronto insanabile nei suoi confronti. Così ci mettiamo anche a picchiare gli anziani! Vergogna!

A casa tua ci sono zanzare e moscerini, dice, porta via il ventilatore che non lo voglio, il lavandino è troppo alto, l’acqua mi va nelle ascelle, è fredda, non potete alzare il pavimento? Dov’è il mio libretto della banca? Dove sono le lenzuola coi fiori blu? Dì a tua moglie di tirarmi fuori dall’armadio le lenzuola con le federe dello stesso colore. Voi comunque mangiate troppe scatolette. Fa male la roba in scatola. E perché non posso cucinare io? Quando mi comprate i tortellini Rana? Non gli altri. I tortellini Rana, voglio, a casa mia li mangiavo; con tutti i soldi che vi ho dato. E dove sono finiti i maglioni che ho fatto a tuo figlio?

Mamma, calmati cerca di stare tranquilla, sei qui con noi, ora.

Ha scaraventato per terra e poi raccolte in un sacco tutte le scarpe e le maglie; l’ha fatto due volte, vuole andarsene. Abbiamo chiamato un’ambulanza. Tua moglie ce l’ha con me, non mi ha mai sopportato, con tutti i soldi che io e tuo padre vi abbiamo regalato. Dove mi avete portato? La chiami stanza questa? Un magazzino è, che quando viene la primavera entrano moscerini e zanzare.  Dove sono le ciabatte viola?

Sei a casa nostra, questa è la tua stanza.

Un magazzino è, non una stanza. Un tranello mi avete fatto. Un trucco. Vi siete approfittati di me, perché non c’è più tuo padre.

E piange a intervalli regolari. Come sua madre.  Trovami una stanza che vado a vivere da sola. E l’armadio bianco dove l’hai lasciato? Ai preti? Bravo furbo! “Buoni” anche loro.

Sta tranquilla ma’, stai con Edoardo, lo vedrai crescere, non sei contenta?

Le stavo mettendo le mani addosso quel sabato mattino; mi sono trattenuto in tempo mentre lei diceva: Dai picchiami. Fallo se hai coraggio. Ti vedo che hai voglia farlo. Adesso telefono ai parenti e gli dico cosa mi state facendo. Cosa mi date da mangiare e tutto il resto e che devo tenere le gonne allo stretto che sono già tutte mangiate dalle tarme.  Mi avete fatto un tranello. Eravate d’accordo. Bugiardi, tutti!

Col contenuto dei tortellini squarciati una sera aveva formato una specie di collana sul bordo del piatto. Voleva mostrarci il ripieno perché secondo lei era troppo duro. L’abbiamo sbattuta fuori di casa, dove D. le aveva riservato una stanza, invitandola a venire a vivere con noi.  Bisogna dire le cose come stanno. Farabutti, anche le suore. Pensa e dice. Dopo che ho passato il primo dell’anno in cantina, perché in casa la tensione era alle stelle. Dafne e Edoardo Simone sono usciti alle nove del mattino e sono tornati alle sette di sera. Sotto la pioggia. Nessuno ce la faceva più. Una specie di fuga. Mia madre ha chiesto: Sono andati a vedere un cinema?…è da tanto che non vedo un film. Nessuno sopportava più nessuno. Sono fuggiti.  D. l’aiutava a fare la doccia e le metteva i bigodini, ma gliene metteva solo diciotto e non ventotto, come lei voleva. Dopo averla portata via, dalle suore, le unghie di D. hanno smesso di sanguinare.

Vive ancora, in compagnia delle sue ubbie e delle sue maglie, stipate all’inverosimile nell’armadio, in un “parcheggio” per anziane. Ha telefono, aria condizionata in camera che non usa e una serra dove può tenere tutti i fiori che vuole. È a cinque fermate di tram dal duomo di Milano. Si lamenta di tutto e di tutti; ha  mal di schiena lancinanti; litiga di continuo col personale e con le altre  inquiline; dice che le altre l’hanno isolata; chiede dove ho messo le tende della cucina dell’alloggio di Torino che abitava con mio padre e i gomitoli di lana e le foto di quand’era giovane. E perché abbiamo dato via la sua casa in affitto a Torino, senza dirglielo, e perché non l’abbiamo portata al funerale di suo marito, e perché se sapevamo che il suo carattere era quello, l’abbiamo portata in casa nostra. Già. Perché?

L’altro giorno stava succedendo un putiferio. L’hanno fermata in tempo, e per decenza non scendo nei particolari. L’ho trascinata da un medico specialista che le ha prescritto dosi da cavallo di benzodiazepine. Poi siamo andati in Duomo ad accendere una candela. Non agitarti più mamma, non fare più baruffe, per favore, se no ci andiamo di mezzo tutti.  Se no ti sbattono fuori anche le suore, e tutti i maglioni scarpe e gonne dove le metti? Volete sapere cosa mi ha risposto, sorridendo ironica?: Beh ma cosa ho fatto? …Niente ho fatto. E poi non sono solo io che faccio gazzarra.

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