Omar il grande, parente di Lorenzo de’ Medici e di Leopardi

Le quartine di Omar Khayyami. Ho dato una sbirciatina alle sue rime e con sorpresa vedo che tutto il mondo è paese, stessa sensibilità, stesso “pessimismo” esistenziale, stessa malinconica consapevolezza. Un grande poeta e filosofo non occidentale che scrive:

63

Ahimè, ché del libro di gioventù siam giunti alla fine,                     kayyami
E il fresco april della vita sè fatto dicembre,
E quell’uccello giocondo che nome avea Giovinezza
Ahimè, non so quando venne, non so quando è partito.

65

Questo Intelletto, che della Fortuna calca la via,
Cento volte ogni giorno ti dice questo di nuovo:
Cògli quest’attimo, tu, del Tempo, chè certo non sei
Quel porro che tagliano oggi e che rispunta domani

174

Fosse dipeso da me, non sarei venuto nel Mondo,
E se da me dipendesse landarmene, mai me ne andrei.
E meglio di tutto stato sarebbe se in questo diroccato Convento
Non fossi venuto, né andato, né stato, giammai.

191

Non cercare la Gioia: la vita non è che un sol soffio,
Ogni atomo è polvere secca di Kei-Qobâd e di Giàm.
E tutte le cose del mondo, anzi l’intero Universo,
Son fantasia di sogno, illusione d’inganno.

238

Il cielo che tutto contiene il nostro venire e l’andare,
Non ha né visibile fine, né manifesto principio.
E niuno mai disse il vero su questa difficil questione:
Da dove siamo venuti e dove andremo.

Nulla di nuovo sotto il sole dunque, se quattrocento anni dopo Lorenzo de Medici scrive:

Quant’è bella giovinezza,
Che si fugge tuttavia!
Chi vuol essere lieto, sia:
Di doman non c’è certezza
Ciascun apra ben gli orecchi,
di doman nessun si paschi;
oggi siàn, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi;
ogni tristo pensier caschi:
facciam festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

E seicento anni appresso ecco Giacomo Leopardi attanagliato dalla morsa del pessimismo storico.

La tendenza al piacere, connaturata all’uomo, è per Leopardi infinita, sia perché non cessa mai, sia perché non accetta limiti all’intensità e varietà del suo soddisfacimento, ma nel contempo essa non può mai realizzarsi compiutamente poiché ogni piacere dell’uomo è comunque destinato al nulla della morte. Ne deriva un contrasto insanabile tra finito e infinito tra reale e ideale: una contraddizione che è propria dell’esistenza umana, condannata a cercare un piacere impossibile da conseguire pienamente e perciò inseparabile dal dolore e dalla noia…

Ma torniamo al nostro Omar Kayyām (Nshāpr, 18 maggio 1048  4 dicembre 1131) matematico, astronomo, poeta e filosofo persiano.

Ghiyās od-Dn Abol-Fath Omār ibn Ebrāhm Khayyām Neyshābri (Persian: غاث الدن ابو الفتح عمر بن ابراهم خام نشابور)

Per Omar Khayyam  incomprensibile è la morte, l’ingiustizia del destino, e l’ingiustizia  sociale. Incomprensibile tutte, e superabili solo per due vie, quella della tragica disperazione e quella della scettica ironia. Ma anche quella della terza via, non mistica ma robustamente musulmana.

190

Non sono io l’uomo che possa tremare di fronte alla Morte,
Ché l’altra metà del Creato di questa metà m’è più dolce.
Ho un’anima che Dio m’ha dato in prestito un giorno,
La riconsegnerò puntuale appena il tempo sia giunto.

Le QUARTINE con prefazione e versioni dall’originale persiano di Alessandro Bausani sono una riscoperta di cui vale la pena parlare (la mia kayyami 4edizione è dell’anno 1963 e la sovra copertina, ahimè, è ingiallita dal tempo)    EINAUDI

Così apprendiamo che,   … secondo alcuni Khayyami era un razionalista negatore di ogni dogma religioso, anzi un ateo e uno scettico, secondo altri era proprio il suo contrario, cioè un mistico, e secondo il suo recente editore persiano Mohammad Alî Forûghî  invece fu un dotto, filosofo e matematico, dotato di una potente sensibilità poetica e che esprime tristezza e amarezza nel non riuscire a trovare con la sua ragione la verità assoluta nel mondo. Per gli uni un ateo scettico, per altri un mistico esoterico, per altri ancora un filosofo che esprime in bei versi l’ansia di conoscere il Vero, inappagabile con la sola ragione. Per Arberry, l’inglese che lo scoprì e lo fece conoscere al mondo: fu poeta del pessimismo razionalistico, ma che non si prende mai troppo sul tragico e che allegra e ravviva il suo dire con una delicata vena di umorismo. Nella densa prefazione si legge ancora che: il poeta scienziato visse studiò e assorbì un pensiero, che è quello islamico, possentemente e nudamente teistico e demitologizzato.. Dio è sovrana e liberissima persona, le leggi della natura non esistono di fronte all’arbitrario Suo agire, chè Egli è sempre presente e occasionalisticamente a volta a volta tutto produce.

Concludiamo con questa accorata  quartina che riconferma il desiderio inappagabile, centro del suo pessimismo cosmico, di tornare ad essere nel tempo fisicamente e individualmente:

163

Oh fosse a noi dato di trovare infine un asilo di pace!
Oh, questo lungo andare, avesse, in fondo, una Mèta!
Oh fosse, dopo cento e mill’anni, dal cuor della terra
Oh fosse a noi data speranza di sorgere a nuovo com’erba!

Nato due secoli e mezzo prima di Dante Alighieri, la sua figura è avvolta nella leggenda e così infine ancora citiamo:

57

Colui che fondò la terra e la volta celeste ed i cieli
Quante brucianti piaghe impresse nel cuore dolente!
E quante labbra di gemma e quante trecce di muschio
Racchiuse in arca di polvere, in scrigno di terra.

Se non è grande poesia  questa……

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