I want to stop! (da Cybor girl)

CYBORGIRLQui di seguito c’è il brano di un mio racconto di fantasia robotica, come lo ha chiamato mio figlio, che era stato pubblicato (udite!) in America tre secoli fa. Subito sotto c’è la versione italiana

(…) Who was Chris, painter of boats, now, while the night hurtled down onto him? Inside and outside of him, flung at high speed amongst deserted  streets, towered over by a rapid progression of lights from bedrooms, sitting rooms and bathrooms. He was glued by his gaze to  the London  suburbs as they flashed by. They kept him tied to the seat, drowning him with hard lips, silk and plastic, flesh shiny with fluids, thrusting the toes of phosphorescent shoes into his mouth.

He tried preventing all thought and when his body began to refuse the assault of the three wives and what until that moment mind and body had desired from them, the car slowed down and pulled over. They walked him, hurriedly dressed now, along a short piece of road, then an iron gate banged heavily, and its echo revealed the entrance to a huge place. It  must have been a warehouse, something of the kind.
They had him by the shoulders, almost raised from the ground; they seemed to have an appointment in an appointed, habitual, place. “But I want to stop, I want to stop!” , thought Chris and he  saw, with anguish, that for the first time his desire would not be realised all that quickly. A pink spotlight was turned on. They were in a kind of tyre warehouse.
Chris said that he ought to have realised earlier, what with the smell of rubber. There were three period chairs, arms upholstered in fabric. They wanted him to stay on his feet but he pointed to one    of the chairs.  So they seated him and several objects were taken out the box .
“But what box?” “ A black box, with a handle. A black box”, answered Chris, painting, and asked me where he had got to. “ Box”, I said, and his eyes blurred and he pointed to his arm with the three points of the triangle.  “What happened  afterwards? What happened?” Although I had Chris in front of me and could see his precarious mental condition, nothing irreparable or superhuman could have happened to him. All the same, although he  spoke and answered to the point, something profoundly alien  and shocking must have threatened his mind in that huge tyre warehouse; something  which escaped me for the moment.

After the stab in the arm he said that a current went through him, from his hair to the nails of his feet. They had injected light into him. So he said. He felt himself to be incandescent.(…)  

 

In italiano:

Uscii verso mezzogiorno senz’altro cibo nello stomaco che il mio languore.

Presi il Tube per Mansion’s House e  il bus  23 fino a Tower Hill. Camminavo contro i muri e per un poco andai spedito. Veniva da piangere per il gran freddo. Mi stupivo per tutto il tempo in cui ero riuscito a non pensare  a Gaia, la donna che amavo  disperatamente; incredibile il fatto che non occupasse più per intero i miei pensieri.

Buttai giù un bicchierone di caffè con latte bollente  in un chiosco lungo il fiume, poi mi riempii di hot-dog con crauti. Con il caffè  bevuto prima e col brodo fumante fatto seguire ai crauti avevo messo insieme breakfast e lunch e ne avrei avuto a sufficienza  fino a sera.

Era quasi Natale e la città si stava animando. Dopo aver seguito le indicazioni di un cartello giallo scesi quattro gradini e fui colpito da un piacevole tepore. Guardai i quadretti appesi. Farfalle enormi dispiegavano le loro ali iridiscenti. Lamine di cobalto e occhi cigliati, scintillanti come piume di pavone. Catturavano la luce con insenature e appendici nere come l’inchiostro. Disegnavano isole. Ce n’era una gialla come un block notes, gialla e oro come….come i capelli di  Gaia, il mio amore.

... Non l’avevo visto. Un biglietto per terra  piegato in  otto, minuscolo. Lo lessi avidamente, una più volte poi afferrai di scatto il telefono. Il numero era quello di Gaia, scritto con cifre d’oro nel mio cuore. Non rispondeva nessuno. Il biglietto che serravo in pugno diceva: “Gaia per  Alex. Non eri in casa, addio amore”. Continuai a fare il numero di telefono. C’era un contatto perchè rispondeva un vecchio che faceva: Mffrrhhh….Rino….mmmmffffhhh??. Ripetei automaticamente le sette cifre che ci separavano e alla fine rispose una voce di donna che ben conoscevo.  “Ah, ah sei tu Alex,  Gaia è già partita”. Si corresse nelle parole ed aggiunse: “Sono partiti, si, si….viaggio di nozze…li abbiamo accompagnati ad Heathrow”. Rimasi  immobile con la cornetta del telefono in mano mentre la voce della zia di Gaia gracchiava: “ Ehi, ehi, pronto, pronto, ci sei Alex? Alex? “

Vegliai, dormii, sognai incubi durante i quali comparve a più riprese una donna vestita di seta verde salvia. Era composta, elegante e non potevo scorgere le fattezze, poi la donna sparì e fu come se mi avesse lanciato una promessa per un esaustivo incontro. (…) Cercavo nuove donne, e occasioni per conoscerne altre ancora. Mi innamoravo delle loro gambe, dei vestiti, delle minigonne. Avevo conosciuto Marpessa, una pianista che lavorava in un  pub in Baker Street. Suonava divinamente  secondo strani, funambolici abbinamenti. Cenammo insieme e le feci una corte serrata. Le avevo comprato  due bikini a righe. “Guardami, è così che mi vuoi?”

Le dicevo di spogliarsi, di rivestirsi, di spogliarsi ancora. Per usare un eufemismo ci brandivamo contro il lavandino  del bagno, intrappolati da giarrettiere e slip di color rosso corallo. Evitavo di guardarmi allo specchio. Le ordinavo di mettersi nuda, con un asciugamano sulle spalle (…)

    Il racconto è su Amazon

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