I miei dipinti al museo civico di Moncalvo

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DONNADONNE – ARTE AL FEMMINILE

una selezione delle opere di Matilde Izzia di Ricaldone allestita da A.L.E.R.A.M.O. onlus per il Museo civico di Moncalvo www.aleramonlus.it www.facebook.com/museocivicomoncalvo http://www.facebook.com/aleramonlus

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Non posso avere figli, mi rimane l’arte

settembre 105Bon, chiuso, stop. Non se ne parla più di figli, Non posso averne, del resto ho la mia età. Aldo è distrutto, a chi andranno le sue cose? Il titolo nobiliare, e i suoi studi! La nostra casa, le nostre idee, tutto il suo archivio di storico?! Abbiamo amici, d’accordo, possiamo guardarci intorno, un erede adottato? Ma mica è la stessa cosa, e poi la faccenda non mi piace. Gli amici sono amici e basta. Non c’è il figlio? Pazienza, è andata così, mica c’è da impazzire, invece Aldo non mangia e non dorme. Gli passerà, sta preparando altri libri, altri scritti. Intanto io non mi rassegno a fare la madre fallita e qui sono dietro casa mia, al Romito, in una bella giornata d’ottobre. La vita deve andare avanti! Con o senza figlio, anche se a pensarci mi viene un magone pazzesco, per me, ma soprattutto per Aldo.

Un dipinto inedito eccezionale, di grande suggestione

Quadro di Matilde Izzia.jpgMatilde si muoveva raramente, organizzò un lungo, e per lei faticoso viaggio, e venne a portarmi il quadro, che si vede di fianco,  nella mia casa in Brianza, in provincia di Milano, dove allora abitavo. Insieme al quadro mi portò, però, anche una voluminosa cartella, di quelle grandi, da pittore, con dentro decine di fogli da disegno constudi vari e abbozzi di figure che riguardavano tutti Padre Pio. A quanto ho potuto capire in seguito, osservando quei disegni, in quel periodo, anni 1994-1995, Matilde Izzia deve avere dedicato molta attenzione al “frate con le stigmate”. In quei grandi fogli ci sono abbozzi per una specie di storia dei momenti emblematici della vita del santo: le estasi, le visioni, le stigmate, le guarigioni, Padre Pio che insegna, Padre Pio che soffre, Padre Pio che prega: scene che richiamano le storie popolari come venivano raccontate negli antichi ex voto. Matilde deve aver meditato a lungo sulla vita e sul messaggio di Padre Pio e deve essersi impegnata con passione per cercare modi significativi per raccontarlo con la sua arte. Non so se poi abbia realizzato i quadri abbozzati nei disegni, ma il suo progeera importante e grande. Di tutto questo avrei voluto parlare con Matilde, ma non ho potuto farlo perché, dopo quell’incontro, non l’ho più vista. Non so perché abbia voluto portarmi, insieme al quadro, tutti quei disegni riguardanti la sua ricerca pittorica su di lui. Forse voleva ringraziarmi perché, con i miei libri, avevo contribuito ad aumentare la sua conoscenza di Padre Pio. Può darsi, ma non lo so. E quando guardo il quadro che sta nel mio studio, mi sembra di vedere, accanto alla figura di Padre Pio, Matilde che, con un sorriso dolce ed enigmatico, mi scruta. In quel quadro, Matilde ha ritratto Padre Pio secondo un piano americano. Il religioso tiene le braccia aperte e mostra le stimmate delle sue mani dalle quali escono vistosi rivoli di sangue. È un quadro sereno e gioioso. Il colore dominante è il marrone chiaro del saio francescano, che si spande, come una luce soffusa e discrete, per tutta la tela, anche sul volto del personaggio, che è incorniciato dalla barba bianca e da corti capelli grigi. La testa del santo è appoggiata a una grande croce di luce, intorno alla quale danzano oggetti imprecisati, rotondi, di varie dimensioni, di color marrone chiaro, con al centro macchie bianche, che creano una atmosfera di festa e che potrebbero richiamare presenze soprannaturali, angeli, astri, pianeti e cose del genere. Il volto di Padre Pio è quasi sorridente. Ma di un sorriso che palesa anche un dolore acuto, espresso con la tipica contrazione facciale di chi ha nel corpo una piaga viva, aperta, martellante, e sta attento a  non fare movimenti inopportuni per non accentuare lo spasimo, che però egli non odia, non rifiuta, anzi lo interiorizza, lo vive e vorrei dire lo ama. È un atteggiamento singolare e insieme emblematico. “Trasmette”, secondo me, in modo perfetto, lo stato d’animo del santo. Padre Pio è consapevole che quelle misteriose piaghe, con le quali convive giorno e notte, sono sì un martirio ininterrotto, ma sa che sono anche il mezzo con cui può testimoniare il suo amore per Dio e per il prossimo, come aveva fatto Gesù sulla croce. E poiché il  suo amore per Dio e per il prossimo è grande, immenso, egli affronta quel dolore lancinante abbracciandolo, amandolo, diventando lui stesso “dolore sorridente”.

Renzo Allegri

A Moncalvo, le mie donne, un successo

monc1Tutta per me. Finalmente. La mostra di Moncalvo, fra amici, ed appassionati di pittura, fra gente che si ricordava di me e di Aldo, e dei momenti trascorsi insieme in un non lontano passato. Persone commosse che non vogliono dimenticare, che intendono tenere vivo il ricordo del Romito, delle mie tele, del lavoro di Aldo, della passione che lega noi e loro nel segno del Monferrato e delle sue bellezze.  Una selezione delle mie tele: solo donne, questo era il tema, un excursus che ha suscitato consensi e ammirazione. La critica d’arte Emilia Ferri ha parlato con competenza e profondità di analisi, ha fatto  raffronti, la mia pittura affiancata alle tele dei maestri che tanto ammiravo: Cezanne, Gauguin, Matisse. Ne sono onorata; forse l’inspiegabile monc3.jpgvelo di silenzio e ombra che grava ancora sulla mia produzione artistica sta per essere sollevato. Lorenzo Fornaca, Gianfranco Cuttica di Revigliasco, Antonio Barbato e poi Maria Rita Mottola e il marito Giancarlo Boglietti di ALERAMO sono stati i promotori della mia esposizione.  Tutti amici, vecchi e nuovi, tutti plaudenti nella città che tanto ho amato e goduto. La sala al Museo civico di Moncalvo era piena, e c’era gente in piedi. I fasti di Ginevra, quando esposi alla Galerie Motte suscitando l’entusiasmo del collezionista Oscar Ghez e della critica più qualificata sono lontani; ma ricominciare da casa mia è davvero un buon segno.

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DONNADONNE – ARTE AL FEMMINILE

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Non ce l’ho fatta prima. Perdona

Cara Matilde,
Non ce l’ho fatta prima. Perdona. Ho dovuto invecchiare, viaggiare, avere un figlio, Edoardo Simone, che spesso mi chiede: -Ma com’era la tua amica?- Unica, gli rispondo. Gran personaggio, artista incomparabile e incompresa.
Ho mantenuto la promessa che ti feci mille anni fa, quando, davanti a una cotoletta e a mezza mela discutevamo con passione sull’esistenza, sull’insipida società d’allora che avrebbe distrutto ogni autorità e intelligenza, e su cosa avresti trovato nelle tenebre dell’al di là. -Ti aiuto io, Matilde,- ti dicevo, convinto. -Te la faccio fare io una bella mostra. Non ti preoccupare.- Hai dovuto aspettare molto, troppo. Hai dovuto scivolare nella voragine del Nulla. Ora vaghi nel regno delle ombre che tanto ti assillava. Non puoi vederci all’opera, maneggiare, misurare, scegliere le tue opere con cura e ammirazione, lodando la tua arte, unica, potente, incantatrice. Mi pare ancora di sentirti: -Ciao, sono io, che fai stasera? Sei libero o hai le tue donzelle?- E la mia immancabile risposta: -Al solito posto, alla solita ora. Aspettami.-
matildemario2Ho dovuto conoscere Lorens, l’amico Lorenzo Fornaca, l’editore astigiano che ha pubblicato i libri di Aldo, tuo marito. E poi incontrare Gianfranco Cuttica di Revigliasco e suo figlio Cesare, nobili di nome e di fatto. Con loro abbiamo allestito la mostra al complesso monumentale di Bosco Marengo. E poi ancora l’amico Antonio Barbato, ammiratore sia di te che di Aldo. Anche se temeva l’irruenza del tuo Gin Gin credendolo un cane mordace. Li conoscevi tutti e tutti ti apprezzavano, lodando ospitalità e cordialità che sapevi offrire loro con spontaneità, da autentica gentildonna monferrina. Alla lunga lista di amici ora si aggiungono: Maria Rita Mottola, presidente di A.L.E.R.A.M.O. onlus e suo marito Giancarlo Boglietti. Senza il loro intervento la mostra di Moncalvo non ci sarebbe stata. Matisse italiana ti ha definito Roberto Coaloa, giornalista e storico, giovanissimo frequentatore del Romito, in un suo recente articolo apparso sul giornale LIBERO. Altri ancora ammiravano te ed Aldo come Pierangelo Torielli e Luigi Bavagnoli, speleologi, custodi di segreti tesori dei Saraceni, racchiusi nella valle del Guaraldi. Artefice riservata e assidua di un’arte raffinata e potente, ancora oggi tutta da scoprire, sei stata una grande artista misconosciuta, anche se oggi qualcuno comincia ad accorgersi e ad appezzare la tua pittura. Meglio tardi che mai. Che ne è stato delle nostre elucubrazioni sul mondo, l’arte, l’amore, la filosofia e sulla dignità perduta degli esseri? Mah!? nei più rinomati bar di Torino ti facevi tentare dai bignè alla crema e da certi babà al cioccolato. Davanti a quelle squisitezze non resistevi più di un minuto, golosa, e mentre mi chiedevi: -Secondo te mi faranno ingrassare?- Pensavi al regno delle ombre, agli spiriti, a certi fenomeni medianici di cui eri protagonista o spettatrice. E al mistero che crea la vita e la distrugge. Non finivi di chiederti: Perché? Ma è mai possibile tutto questo?!

Mia cara, unica, ineffabile amica, che ne sarà di noi? Forse qualche anima ben disposta  proverà a salvare la tua e la mia arte dall’oblio. Quale il mistero che ci lega ancora dopo anni dalla tua scomparsa? Non saprei dire. Rimane nella memoria una grata immagine, tu splendente di bellezza e vigore con in braccio l’amato Gin Gin, io, esile, impacciato, timido scudiero alla corte del Romito. Ma ora basta, che l’emozione sbarra il passo a sentimenti e volontà più costruttive. Lorenzo, Gianfranco, Cesare, Antonio, Edoardo Simone, Luigi, Maria Rita e Giancarlo hanno raccolto il testimone, promettendo di promuovere la tua arte, facendoti rivivere ancora, serena, attiva, entusiasta dell’esistenza e dei mille misteri nascosti in grembo al caotico intervallo che si chiama …vita.

L’amico Mario al quale riesce impossibile dimenticare te, Aldo e il vostro magico mondo.

Museo civico di Moncalvo 4 giugno – 31 luglio 2016

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Le chiamano nature morte, ma a me sembra che siano più vive di certa gente

9.jpgMario dice che ti guardano. Ma chi ti guarda? Gli ho chiesto un giorno. -Gli oggetti, l’armadio, la tazza, la tovaglia ti guardano.- Lui dice così, ma mi sembra esagerato. Che ti parlino quello sì, se no perché grandi pittori li avrebbero riprodotti? Ceste, gerle, pesci e uccelli morti, noci, meloni, ciotole e compagnia bella. Ti parlano, quello sì, Mario li chiama gli oggetti sensibili e arriva al punto di dire che ti osservano, che hanno un’anima e puoi arrivare anche a interloquire con loro. Aldo dice che il ragazzo ha le traveggole. Mario dice che una volta è uscito di casa fissando un baule e poi, al suo ritorno il baule pareva fosse contento di rivederlo. Lo guardo incredula. -Ma te se mica tutto a posto!- Che attribuisca loro un eccesso della sua ipersensibilità?! Può darsi o magari sono stramberie adolescenziali. A me piace pensare che gli oggetti assorbano e riflettano la nostra sensibilità, il nostro modo di vederli, e li definirei piuttosto poesie, poesie tradotte in immagine tanto è il loro potere di suggestionarci, facendoci soffermare su una mela, un grappolo d’uva, una tovaglia o una bottiglia dal lungo collo. Vorrei che il Monferrato entrasse nelle mie tele. Con la sua poesia, con le sue chiese, con la sua musica.