Non posso avere figli, mi rimane l’arte

settembre 105Bon, chiuso, stop. Non se ne parla più di figli, Non posso averne, del resto ho la mia età. Aldo è distrutto, a chi andranno le sue cose? Il titolo nobiliare, e i suoi studi! La nostra casa, le nostre idee, tutto il suo archivio di storico?! Abbiamo amici, d’accordo, possiamo guardarci intorno, un erede adottato? Ma mica è la stessa cosa, e poi la faccenda non mi piace. Gli amici sono amici e basta. Non c’è il figlio? Pazienza, è andata così, mica c’è da impazzire, invece Aldo non mangia e non dorme. Gli passerà, sta preparando altri libri, altri scritti. Intanto io non mi rassegno a fare la madre fallita e qui sono dietro casa mia, al Romito, in una bella giornata d’ottobre. La vita deve andare avanti! Con o senza figlio, anche se a pensarci mi viene un magone pazzesco, per me, ma soprattutto per Aldo.

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Non ce l’ho fatta prima. Perdona

Cara Matilde,
Non ce l’ho fatta prima. Perdona. Ho dovuto invecchiare, viaggiare, avere un figlio, Edoardo Simone, che spesso mi chiede: -Ma com’era la tua amica?- Unica, gli rispondo. Gran personaggio, artista incomparabile e incompresa.
Ho mantenuto la promessa che ti feci mille anni fa, quando, davanti a una cotoletta e a mezza mela discutevamo con passione sull’esistenza, sull’insipida società d’allora che avrebbe distrutto ogni autorità e intelligenza, e su cosa avresti trovato nelle tenebre dell’al di là. -Ti aiuto io, Matilde,- ti dicevo, convinto. -Te la faccio fare io una bella mostra. Non ti preoccupare.- Hai dovuto aspettare molto, troppo. Hai dovuto scivolare nella voragine del Nulla. Ora vaghi nel regno delle ombre che tanto ti assillava. Non puoi vederci all’opera, maneggiare, misurare, scegliere le tue opere con cura e ammirazione, lodando la tua arte, unica, potente, incantatrice. Mi pare ancora di sentirti: -Ciao, sono io, che fai stasera? Sei libero o hai le tue donzelle?- E la mia immancabile risposta: -Al solito posto, alla solita ora. Aspettami.-
matildemario2Ho dovuto conoscere Lorens, l’amico Lorenzo Fornaca, l’editore astigiano che ha pubblicato i libri di Aldo, tuo marito. E poi incontrare Gianfranco Cuttica di Revigliasco e suo figlio Cesare, nobili di nome e di fatto. Con loro abbiamo allestito la mostra al complesso monumentale di Bosco Marengo. E poi ancora l’amico Antonio Barbato, ammiratore sia di te che di Aldo. Anche se temeva l’irruenza del tuo Gin Gin credendolo un cane mordace. Li conoscevi tutti e tutti ti apprezzavano, lodando ospitalità e cordialità che sapevi offrire loro con spontaneità, da autentica gentildonna monferrina. Alla lunga lista di amici ora si aggiungono: Maria Rita Mottola, presidente di A.L.E.R.A.M.O. onlus e suo marito Giancarlo Boglietti. Senza il loro intervento la mostra di Moncalvo non ci sarebbe stata. Matisse italiana ti ha definito Roberto Coaloa, giornalista e storico, giovanissimo frequentatore del Romito, in un suo recente articolo apparso sul giornale LIBERO. Altri ancora ammiravano te ed Aldo come Pierangelo Torielli e Luigi Bavagnoli, speleologi, custodi di segreti tesori dei Saraceni, racchiusi nella valle del Guaraldi. Artefice riservata e assidua di un’arte raffinata e potente, ancora oggi tutta da scoprire, sei stata una grande artista misconosciuta, anche se oggi qualcuno comincia ad accorgersi e ad appezzare la tua pittura. Meglio tardi che mai. Che ne è stato delle nostre elucubrazioni sul mondo, l’arte, l’amore, la filosofia e sulla dignità perduta degli esseri? Mah!? nei più rinomati bar di Torino ti facevi tentare dai bignè alla crema e da certi babà al cioccolato. Davanti a quelle squisitezze non resistevi più di un minuto, golosa, e mentre mi chiedevi: -Secondo te mi faranno ingrassare?- Pensavi al regno delle ombre, agli spiriti, a certi fenomeni medianici di cui eri protagonista o spettatrice. E al mistero che crea la vita e la distrugge. Non finivi di chiederti: Perché? Ma è mai possibile tutto questo?!

Mia cara, unica, ineffabile amica, che ne sarà di noi? Forse qualche anima ben disposta  proverà a salvare la tua e la mia arte dall’oblio. Quale il mistero che ci lega ancora dopo anni dalla tua scomparsa? Non saprei dire. Rimane nella memoria una grata immagine, tu splendente di bellezza e vigore con in braccio l’amato Gin Gin, io, esile, impacciato, timido scudiero alla corte del Romito. Ma ora basta, che l’emozione sbarra il passo a sentimenti e volontà più costruttive. Lorenzo, Gianfranco, Cesare, Antonio, Edoardo Simone, Luigi, Maria Rita e Giancarlo hanno raccolto il testimone, promettendo di promuovere la tua arte, facendoti rivivere ancora, serena, attiva, entusiasta dell’esistenza e dei mille misteri nascosti in grembo al caotico intervallo che si chiama …vita.

L’amico Mario al quale riesce impossibile dimenticare te, Aldo e il vostro magico mondo.

Museo civico di Moncalvo 4 giugno – 31 luglio 2016

DONNADONNE – ARTE AL FEMMINILE

una selezione delle opere di Matilde Izzia di Ricaldone allestita da A.L.E.R.A.M.O. onlus per il Museo civico di Moncalvo www.aleramonlus.it www.facebook.com/museocivicomoncalvo http://www.facebook.com/aleramonlus

www.provincia.asti.it/hosting/moncalvo

 

Gallina nera fece ovo bianco

DSCN0490Mario non stava più nella pelle. Prima parlava, chiedeva, era tutto una domanda, e questo e quest’altro, poi rimaneva muto a rimuginare. Quanti saranno stai? Era poi vero che erano così feroci? E chi li aiutava? Dei mali homines della zona, forse? E se Aldo aveva scavato anche lui là sotto? E perché indicavano in lui quello che sapeva come entrarci nelle grotte? Gallina nera fece ovo bianco….c’era scritto su un documento. Dove teneva registrato il significato delle due epigrafi che rinvenute da Aldo nelle due chiese? Quando ha saputo che saremmo andati l’indomani stesso in una certa cascina a verificare certe teorie di Aldo ha smesso di fare domande per paura che Aldo cambiasse idea.
L’indomani. Aldo ha fatto delimitare l’area, un fazzoletto di terra ampio come una stanza, proprio vicino all’orto di Giovanni. Giovanni è paziente, non fa troppe domande. Anche lui e sua moglie sanno delle caverne. Chi non lo sa? C’è un caldo insopportabile, e noi vorremmo aiutare Giovanni. La moglie è sulla porta, ci ha già portato due limonate fresche. Il caldo ha sbiadito il verde, sembra tutto impolverato. E i rivoli di sudore scendono anche se si sta fermi. Giovanni scava con metodo, pazienza e calma. Secondo i calcoli di Aldo dovrebbe scaturire qualcosa da quello scavo. …Mario non dice più nulla. Forse comincia a dubitare dell’esistenza del tesoro.  Ha gli occhi fissi dove Giovanni pianta la zappa…..Ancora nulla e se non vogliamo prendere un colpo di sole dobbiamo smetterla. Forse a due metri da noi, forse a venti centimetri di profondità. Forse! Ma cosa? Facciamo smettere il Giovanni anche se lui si offre di continuare. Grazie Giovanni, mah! E ce ne torniamo, stanchi e perplessi, con le pive nel sacco al Romito. E la promessa che saremmo ritornati a bere un bicchiere di Malaga da Giovanni, prima che Mario ripartisse.

Una volta tanto la fortuna si è tolta la benda

fornaca edo marioLorenzo Fornaca è figura di spicco nel panorama dell’editoria piemontese, uno degli ultimi “cavalieri” della carta stampata rimasti in Italia e che fa ancora oggi le cose per passione

Ebbene sì, esistono ancora queste figure fuori dagli schemi e dalle mode. Prima ci va la passione, poi la ricerca e la competenza. Se poi viene il guadagno ben venga anche quello. È solito affermare Lorenzo Fornaca. Egli ama ricordare che lettori e estimatori, ancora oggi numerosi, nonostante i tempi ingrati di crisi, considerano le sue opere pezzi unici, prestigiose testimonianze da collezionare che hanno un “sapore” originale e che appassionano nonostante l’onda travolgente di internet.  Ci piace immaginarlo nella sua virtuale bottega astigiana, fucina di idee e di proposte, mescolare i suoi ingredienti come si faceva una volta. Dal suo capace archivio talvolta emergono immagini singolari come questa.

In compagnia del favoloso Omar Sivori, durante una partita amichevole, sivorima molto combattuta. I campi di calcio hanno perso un possibile campione ma l’editoria ha guadagnato un editore unico, e nostro amico. Una volta tanto la fortuna si è tolta la benda.

Matilde Izzia, Matisse italiana

mati 2Amica, insegnante, sorella, e straordinaria artista, definita da Roberto Coaloa: Matisse italiana. Solo adesso cominciano a considerare le sue opere, che sono importanti e raccontano una vita dedicata all’arte e allo studio

Allieva di Menzio, e alla bottega di scultura di Guido Capra, allievo prediletto del grande Leonardo Bistolfi, Matilde dipingeva grandi figure, paesaggi, volti e animali. Poi affrescava chiese e le pareti di casa sua, al Romito.
Avevo promesso di aiutarla; ci sono riuscito solo in parte, mentre lei non c’era già più. Grande attenzione le stanno dedicando l’editore  Lorenzo Fornaca, lo storico Roberto Coaloa e Gianfranco Cuttica di Revigliasco.

Su di lei e il marito Aldo di Ricaldone ho anche scritto un racconto memoria ed un libro meraviglioso, insieme ad altri autori, con un intero capitolo a lei dedicato, un’opera che addirittura papa Francesco ha mostrato di apprezzare, visto che parla della sua terra.
C’è ancora moltissimo da fare per valutarne l’opera e l’importanza della sua pittura. I suoi dipinti, matisparsi in Europa, fanno parte di prestigiose collezioni private.
Matilde non ha mai avuto fortuna nel mondo dell’arte. Aveva un difetto: diceva quello che pensava. So che prima di morire ha chiesto a Enza Inquartana, la sua infermiera e amica, nella casa di riposo di Moncalvo: – Ma io quando potrò fare una bella mostra coi miei quadri?-
Ci ho pensato io e Lorenzo Fornaca, con  Gianfranco Cuttica di Revigliasco e Roberto Coaloa a farle fare quello che ha sempre desiderato.  Di tele ce ne sono già un bel numero, in esposizione permanente al museo di Santa Croce. La sua memoria adesso è là, riposa accanto alle tele e alle pale d’altare di Giorgio Vasari, al complesso monumentale di Bosco Marengo.

Da I TESORI DELLA VALLE DI TUFO:

Matilde Izzia

Matilde Izzia nasce a Casale Monferrato il 10 febbraio 1931. La sua famiglia è originaria di Vittoria, in provincia di Ragusa, dove il padre Francesco Emanuele frequenta la scuola d’arte: a lui e all’avo Giuseppe Izzia (1873-1925) risale la passione di Matilde per il disegno e la pittura, ma anche da parte materna l’amore per le arti figurative è costante e si segnalano nel tempo miniaturiste e acquarelliste di rilievo. Sin dalla giovane età, Matilde erediterà queste inclinazioni e doti sviluppando un suo particolare e personalissimo dettato artistico, che già a soli tredici anni produrrà svariati disegni e lavori a olio.

Concluse le medie inferiori, Matilde Izzia si trasferisce a Torino dove si diploma al Liceo Artistico dell’Accademia Albertina, avendo come matimaestro Francesco Menzio; frequenta poi il corso libero di disegno applicato alle scienze naturali diretto dal prof Ubaldo Tosco, che in seguito le commissionerà disegni di antropologia in chiaroscuro per l’Enciclopedia di Scienze Naturali dell’Istituto Geografico e Agostini. Nel 1950 viene scelta da Noemi Gabrielli, Sovrintendente alle Gallerie del Piemonte, come sua collaboratrice per organizzare l’esposizione del Congresso Eucaristico a Palazzo Chiablese.

Nel frattempo, Matilde Izzia apre il proprio studio, dando inizio a un percorso che parte sulla scia dei “Sei pittori di Torino”, da cui si distaccherà in seguito per ulteriori indagini, indispensabili alla completezza della sua formazione artistica.

La sua produzione si divide a grandi linee in tre cicli:

1950-1960.
Studio delle tecniche antiche. Ricerche coloristiche delle scuole piemontesi e lombarde del primo Novecento. Frequenta lo studio di un allievo di Bistolfi, che la indirizzerà alla composizione simbolica. In questo periodo realizza busti, ritratti, bozzetti, poi indirizzerà il suo talento esclusivamente verso i dipinti.

1960-1970.
Esperienze sui risultati impressionisti e post-impressionisti, ricerca di composizioni ad ampio respiro con forti valori tonali. Izzia ripropone la figura in chiave totalmente originale, con esiti sorprendenti.

1970-1982 .
Chiarificazione cromatica e compositiva con tendenze all’astratto espressionistico: il colore più filtrato accentua l’espressività del disegno. L’opera appare così nella sua piena maturità.

Dal 1968 la pittrice affronta le sue prime esposizioni alla Galleria d’Arte Fogliato Torino. Il giudizio del critico Marziano Bernardi su La Stampa: mati 1«Chi visita la mostra di Matilde Izzia alla Galleria Fogliato, s’accorge subito di trovarsi in presenza di una pittrice colta. L’ancor giovine espositrice fin da bambina tentò su vie tradizionali alternativamente pittura e letteratura, finché nel 1954 la percezione di un gusto moderno favorì in lei un cambiamento di rotta. Certi esiti dell’Izzia di oggi appaiono affini a quelli dei “Sei pittori di Torino”, verso il 1930 ma qualche volta più complessi nel franco gioco di un vivo colore e nella solida impostazione dei suoi temi di figura.»

Nel 1970, su consiglio del barone Bernard Taubert Natta, espone a una personale, presso la prestigiosa Galerie Motte di Ginevra. Il cultore d’arte Oscar Ghez, direttore del museo Le Petit Palais, si dichiara entusiasta della qualità di quella pittura. E con lui il direttore della Galleria d’arte moderna di Torino, Aldo Passoni, che ha parole di elogio per l’opera. Le 33 tele suscitano la più grande ammirazione presso critica e pubblico. Tra questi il Console d’Italia a Ginevra, Giovanni Stefano Rocchi, il Barone Guy de Rotschild, esponenti della finanza. Oscar Ghez scriverà: «J’ai trouvé votre exposition chez Madame Motte parfaitement équilibrée, d’une haute tenue, démontrant d’une manière parfaite votre talent et votre originalité.»

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Monferrato my love

foto JanetMonferrato my love è una raccolta di articoli tratti da MONFERRATO SPLENDIDO PATRIMONIO omaggio all’arte di Matilde Izzia, volume edito da Lorenzo Fornaca 

Paesaggi, personaggi, fatti poco noti, avvenimenti storici della splendida terra monferrina, compongono una miscellanea di grande fascino. Dai Saraceni ai trovatori, dalle epiche battaglie agli imperatori d’Oriente, dai fascinosi paesaggi ai dipinti di Matilde Izzia, molti dei quali oggi si possono ammirare al complesso monumentale di Santa Croce a Bosco Marengo. Una storia “infinita” che cattura il lettore per la bellezza dei luoghi e il rilievo degli avvenimenti.

A Benevento il pianto di un prode monferrino

Piange, si dispera, reggendo il capo fra le mani. Ridotto in catene, distrutto dal dolore. La sua pena, attraverso i secoli ci giunge intatta, inconsolabile, muovendo anche noi a commozione. 
E’ affranto il conte Giordano, e non gli pesano le ferite; il soldato piange la morte del suo re, di quel Manfredi, suo nipote, di sangue tedesco monferrino, biondo, bello, di gentile aspetto, sfigurato e ormai livido, steso morto da un fante di Picardia, durante la battaglia di Benevento.

Sterminate le loro anime e i loro corpi, i loro figli e il loro seme– e l’ordine papale venne tragicamente rispettato alla lettera. Avvenne per mano di Carlo d’Angiò, la “canaglia incoronata”, secondo il giudizio di storici tedeschi, che dopo la battaglia portò a termine sistematicamente lo sterminio dei superstiti svevi e la distruzione del progetto di edificazione di un grande regno laico in Italia. 
Spietata sorte riservò il re angioino ai monferrini superstiti che alla battaglia di Benevento riconobbero il corpo morto del grande Manfredi, loro parente e sovrano.

Era una fredda mattinata di febbraio, a essere precisi il 26 febbraio del 1266. E sulla piana di Santa Maria della Grandella, a 4 chilometri da Benevento il sole radeva la prima erba incendiandola di luce. Manfredi lo svevo, figlio di Federico II e di Bianca Lancia di Busca d’Agliano, aveva appena finito di arringare le sue truppe e stava per scontarsi con un nemico implacabile che lo avrebbe spento.

Re Carlo d’Angiò, il nemico

– Saggio, di sano consiglio e prode in arme – così ne parla il Villani – e aspro e molto temuto e riguardato da tutti i re del mondo, magnanimo e d’alti intendimenti nel fare ogni grande impresa, sicuro, in ogni avversità, fermo, e veritiero d’ogni sua promessa, poco parlante e molto adoperante, non rideva quasi mai o pochissimo; onesto come un religioso; cattolico ma aspro in giustizia e spesso feroce; grande di persona, possente come corporatura, colore del viso olivastro con un gran naso; e più che un signore nella sua imponenza pareva proprio una maestà reale; molto vegliava e poco dormiva, e usava ricordare che, dormendo si perdeva tanto tempo; era largo con i cavalieri d’arme, ma sempre bramoso di conquistare terre e signorie, oltre che essere avido di denaro necessario per le sue imprese e le sue guerre; di gente di corte, di menestrelli o giocolieri lui non si dilettò mai.
Carlo era un cavaliere coraggioso e un energico sovrano. Egli fu tuttavia vittima di un’ambizione e di un orgoglio sfrenati. Tutto ciò per cui aveva combattuto andò perduto o gravemente compromesso.
A causa del suo malgoverno perse la Sicilia e la guida dell’Italia, soprattutto a causa del suo disprezzo per qualsiasi sentimento nazionale che non fosse esclusivamente francese. Non riuscì a costituire un impero in oriente, perché il progetto sarebbe andato a contrastare gli obiettivi e gli interessi della Chiesa.

Papa URBANO IV, l’implacabile mandante

Le accuse mosse contro la “lasciva corte” di Manfredi sostenevano che nella medesima si “rovinavano le genti”. Secondo predicatori e flagellanti, oltre agli infuocati messaggi del papa, l’umanità stava per essere sconvolta, perduta, da un nefasto e luciferino sovrano, e che quindi oltre a essere doveroso era “meritevole schiacciarlo”. Papa URBANO IV sin dall’inizio dimostrò animosità e avversione inusitate e senza precedenti verso Manfredi intimandogli fra l’altro di richiamare i Saraceni che, durante il periodo vacante della Santa Sede, erano penetrati nei possedimenti romani e ora li infestavano; bandì contro il re di Sicilia una crociata quindi tentò di dissuadere il re di Spagna Giacomo d’Aragona nel dare in moglie la figlia di Manfredi, Costanza a suo figlio Pedro;  infine, il 6 aprile del 1262, ribadì la scomunica contro il figlio di Federico II, intimando di comparirgli dinanzi per giustificarsi di infamie gravissime. Colpe che la storia da tempo ha etichettato come calunniose e pretestuose oltreché false e infamanti. Le intese tra la Curia romana e Carlo d’Angiò non erano ignote a Manfredi. Sapeva che il rivale messo in campo dalla Santa Sede contro di lui era un uomo caparbio e ambizioso, ed era convinto che con lui si sarebbero schierati tutti i Guelfi d’Italia. All’avvicinarsi minaccioso del re francese gli amici di Manfredi dell’ultima ora lo avrebbero abbandonato e i numerosi nemici ancora nascosti sarebbero usciti allo scoperto, pronti a rinnegare fedeltà, giuramenti e onore. E così avvenne.benevento

Le forze in campo
La cavalleria dell’angioino era suddivisa in tre distinti scaglioni. 900 provenzali aprivano la prima linea con la fanteria: il primo scaglione era comandato da Ugo di Mirepoix e Filippo di Montfort Signore di Castres; il secondo contingente, subito dietro di loro, era composto da 400 italiani e 1000 uomini della Linguadoca e della Francia centrale, comandati da Carlo in persona; dietro a questi 700 uomini del terzo contingente provenienti Francia del nord e dalle Fiandre, comandati da Roberto III di Fiandra, Gilles II de Trasignies, Conestabile di Francia.
Manfredi aveva adottato la seguente disposizione delle truppe: I suoi arcieri Saraceni erano sulla linea frontale, comandati da Giordano Lancia, subito dietro di loro i primi 1200 mercenari tedeschi con un equipaggiamento difensivo inedito, costituito di pettorali fatti di piastra metallica (rivoluzionario per quei tempi). I mercenari italiani, costituivano il secondo scaglione di circa 1000, e 300 cavalieri “leggeri” Saraceni, guidati dallo zio di Manfredi, Galvano Lancia. Il terzo contingente con circa 1400 unità, era composto dai feudatari, sotto il diretto comando di Manfredi.

Le prime file dei 1200 cavalieri tedeschi, comandati dal monferrino Giordano d’Agliano già pronti alla battaglia sono schierati sul fianco sinistro del campo e trattengono a stento i loro cavalli. I fanti saraceni di Lucera, armati di archi corti micidiali, formano una schiera in ordine sparso e attendono un secondo comando di attacco; loro, insieme a 1500 cavalieri combatteranno, almeno così era stabilito, alle dirette dipendenze di Manfredi. Mai tale certezza riuscì più fallace e nefasta…Nitriti di cavalli e il galoppo del portaordini sono gli unici suoni che si odono in quegli ultimi istanti pieni di elettricità, prima dello scontro finale.

Lo scontro

Lo Svevo aspettava il nemico per dargli battaglia sulla piana di Benevento; ma allorché il 26 febbraio del 1266 gli Angioini, dopo una marcia faticosa attraverso Venafro, Alife e Talese, si affacciarono sulle alture prospicienti la pianura di Santa Maria della Grandella, dove si accampavano le truppe arabo tedesche Manfredi parve mutare avviso e cercò di temporeggiare, inviando al nemico ambasciatori con proposte di accordo. Giovanni Villani documenta così la spavalda riposta di Carlo d’Angiò: “Andate, e dite al sultano di Lucera che io voglio battaglia e che oggi o io manderò lui all’inferno o egli manderà me in Paradiso”. Il re svevo accolse la sfida e diede subito l’ordine ai suoi soldati di passare il fiume Calore, in quei giorni in piena.

Il sole si alzò ancora un poco e fu in quell’istante di quel freddo mattino di febbraio che il terreno scatenò un rimbombo terrificante, percosso da migliaia di zoccoli ferrati. C’erano già stati alcuni attacchi condotti dai temibili arcieri saraceni e alcune cariche di cavalleria francese in risposta. Ma la battaglia finale doveva ancora avere luogo. Le schiere a cavallo andavano dunque allo scontro. Uno smisurato tamburo squassato divenne la radura e poi l’inferno si scatenò. 
Era la battaglia e l’inizio della fine dei sogni di egemonia politica di Manfredi, figlio di Federico II di Svevia.

La sagace penna di Aldo di Ricaldone narra le gesta del suo conterraneo per parte materna…in un altro post lo sviluppo e la tragica fine della battaglia….

 Questo è il primo di una serie di articoli su Monferrato my love  tratti da MONFERRATO SPLENDIDO PATRIMONIO omaggio all’arte di Matilde Izzia, volume edito da Lorenzo Fornaca